Istagram: cinziaratto
FRAGILE_ In EQUILIBRIO SOTTILE
“Credo che una foglia d’erba non sia meno di un giorno
di lavoro delle stelle,
e ugualmente è perfetta la formica, e un granello di sabbia,
e l’uovo dello scricciolo,(…)
e la più stretta linea della mia mano se la può ridere
di ogni meccanismo (…)
Qualcuno ha mai pensato che nascere è una fortuna?
(…) è una fortuna come morire, io lo so.
(…) e non sono contenuto
tra il mio cappello e i miei stivaletti,
e studio molteplici oggetti, neanche due eguali tra loro
e tutti buoni,
la terra buona e buone le stelle, e buono ciò che sta con esse.”
In queste parole di Walt Withman, (tratte da “Tutto vale”) riconosco la mia ricerca: di bellezza, equilibro, risposta all’eterna domanda.
Nell’amore per i dettagli naturali, cui spesso passiamo accanto inconsapevoli, trovo una tenerezza e una bellezza che mi salvano.
Mi riportano al mio equilibrio interiore, al sentirmi parte di quella natura di cui io stessa sono costituita.
Mi fanno riconoscere la stessa fragilità cui appartengo, ma cui solo riconosco anche la forza di riportarmi all’essenziale, alla capacità d’intessere relazioni, per riconoscere, nell’empatia con l’altro, a qualunque storia appartenga, la medesima vulnerabilità.
Funamboli sul filo teso della vita, tra due punti, inizio e fine, spostiamo in continuazione l’asta per ritrovare il nostro baricentro, ma è solo grazie alla paura che assaporiamo anche la bellezza dell’essere sospesi, nel vuoto, unica opportunità per scoprire, come le nuvole, di appartenere al cielo.
Non è solo un corpo a cercare il suo equilibrio, ma anche i pensieri e la psiche, l’anima, alla ricerca costante di quella sosta nel nulla che è preludio a un volo.
I miei oggetti parlano di questo. Piccoli elementi naturali trovati in riva al mare o nei boschi, minuscoli naufraghi, in cui scopro lo stesso valore che trovo nelle persone “perse” per traumi e demenze.
Gli uni e gli altri appartengono a memorie, storie, di cui non fanno più parte.
Portano il valore e la dignità di un racconto, di un tempo (lo stesso che è stato necessario a connettere i due confini, opposti, d’acqua) che ne ha levigato le asperità, arrotondato le forme, sbiadito i segni.
Elementi che sono simulacri di altro, che è stato, ma non è più. Si raccontano attraverso presenze, cicatrici incise sulle proprie superfici, o per assenze, per scarto, attraverso qualcosa che gli manca, come a noi, parte di un passato che continua ad appartenergli, appartenerci: uno spigolo al seme, la polpa a un petalo di pigna ora eroso, smussato.
Narrano fatica, ma anche bellezza. La stessa di ciascun umano. Nella fragilità delle cose e delle persone ritrovo la mia, imparo ad accoglierla ed amarla, vi ritrovo un equilibrio, non un’alterità da combattere, ma la parte di me con cui far pace.






